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Comunicare bene per vivere al
meglio
Nell'immensa Babele della nostra società è ancora
possibile farlo
© di Francesco
Pandolfi Balbi
Qualsiasi forma di comunicazione ha
bisogno, per essere efficiente, di almeno due elementi:
l'utilizzo di un protocollo comune (per esempio: dare lo
stesso significato alle parole) e l'assenza di disturbi
(esempio: il rumore presente intorno a noi).
Sembrano cose scontate ma non lo sono,
tant'è che la maggior parte dei nostri tentativi d'interagire
con il prossimo incontra una serie di difficoltà che molto
spesso generano delusioni, ferite e, di conseguenza, la
riluttanza a tentare ancora.
Invece di rinunciare e chiuderci in noi
stessi, potremmo giocare un po' ad analizzare alcune delle
difficoltà che incontriamo, vedere cosa si può fare per
rendere più chiaro ed intelligibile il senso di quanto
"trasmettiamo".
Certamente la problematica presenta due
aspetti: non è sufficiente trasmettere bene, occorre anche
imparare ad interpretare adeguatamente i "segnali"
che pervengono a noi. In altre parole: occorre saper parlare,
ma è anche necessario saper ascoltare.
Vediamo ora di analizzare le nostre
modalità di comunicazione utilizzando delle analogie. Per
agire adeguatamente occorrono: un elemento trasmittente ed uno
ricevente, nonché un "mezzo" che risulti idoneo a
veicolare le informazioni.
Tu parli, io ascolto, ciò che viene trasmesso da te a me sono
suoni (informazioni) codificati secondo significati
prestabiliti (protocolli). Del resto il nostro cervello,
ricordiamolo, anche se avanzatissimo è pur sempre un
computer.
Ovviamente stiamo ipotizzando una
situazione ideale che solo con le macchine è possibile
raggiungere. I modem, per esempio, avviano ogni comunicazione
con uno scambio d'informazioni che li porta ad individuare un
protocollo comune e non avviano lo scambio dei dati se tale
protocollo non è stato determinato.
Che senso avrebbe?
Dovremmo imparare a fare altrettanto,
perché un essere umano che non riesce a comunicare è una
persona fortemente menomata e sofferente. A volte, di fronte
ad un soggetto che utilizza le parole attribuendo loro un
significato diverso dal nostro, è opportuno accordarsi su una
reciproca disponibilità a confrontare tali significati. In
assenza di questo è molto meglio tacere, non inquinare
l'ambiente con segnali "sparati" a caso e quindi non
comprensibili, e dedicare tempo ed energie a scopi più
costruttivi.
Il problema dei "protocolli",
nel caso della comunicazione umana, si fa sempre più
pressante. E' determinato dalle differenze culturali e
dall'esperienza individuale, nonché complicato enormemente
dal caos di informazioni spesso inutili, contraddittorie e
propagandistiche dei media.
Certo, nel caso di un perugino che si
trovasse a parlare con un neozelandese i pericoli sarebbero
pochi: entrambe le persone, ben consapevoli delle difficoltà,
affronterebbero la comunicazione con scrupolo e disponibilità
massime e, sia pur con enorme lentezza, giungerebbero in
qualche modo ad una reciproca comprensione.
Il problema vero potrebbe sorgere se lo
stesso perugino si trovasse a conversare, ad esempio, con un
calabrese. Entrambi potrebbero dare erroneamente per
scontato di parlare la stessa lingua utilizzando le parole con
pochissimo scrupolo, finché il perugino forse direbbe al
calabrese: "Allora lei è un bravo babbo!", e
vedrebbe il suo interlocutore, paonazzo per la rabbia, partire
in quarta con uno sproloquio d'improperi perché
"babbo", in Calabria, vuol dire "tonto".
Forse un buon espediente per evitare
equivoci, malintesi ed occhi neri, sarebbe semplicemente
quello di chiedere spiegazioni sul significato di quanto
appena udito, prima di prendersela dando per scontate le
intenzioni del nostro interlocutore. La scoperta di un diverso
uso della frase o della parola in oggetto sarebbe molto
probabile.
Ecco quindi il nostro problema, vasto e
complesso: siamo abituati ad etichettare qualunque cosa e
qualsiasi persona senza preoccuparci di coglierne l'unicità.
Poiché così fanno davvero in molti, già da parecchio tempo
si sono create delle "fazioni", nelle quali ognuno
di noi può o meno identificarsi o essere identificato dal
prossimo.
Le persone non sono più dei mondi unici
da scoprire, sono solo un insieme di aggettivi. Così, a
volte, "l'universo Francesco Pandolfi Balbi" diventa
"quello che scrive, non va al bar, non gliene frega
niente di sapere nome, cognome, vita, morte e miracoli dei
componenti di ventiquattromila squadre composte da ventidue
individui che corrono dietro ad un pallone, e si fa i cazzi
propri - non quelli degli altri - quindi è un musone, un
matto, un violento, un vigliacco... uno strano o, comunque, un
elemento da evitare."
Un individuo classificato come
"strano" non incuriosisce, spaventa. Viene escluso
dal povero mondo composto di certezze piccole piccole, quello
caratteristico delle persone che hanno rinunciato a vivere ed
a capire e si scannano per i colori di una squadra o di un
partito, o per la forma di una croce.
Sì, il problema è sempre lo stesso:
l'uomo continua a SEPARARE, quando invece dovrebbe capire che
siamo fatti tutti della stessa pasta e che ognuno di noi
accumula giorno dopo giorno esperienze ed informazioni che
potrebbero e dovrebbero essere utili per tutti.
Sembra di essere all'asilo: "Quella
ha la pisellina, io invece ho il pisellino; allora lei è
diversa, non fa parte del mio gruppo."
Esclusione, diffidenza; mai la disponibilità a comprendere le
sfumature di un linguaggio verbale e gestuale inevitabilmente
differente perché caratteristico di un "gruppo"
diverso, eppure portatore di qualcosa di nuovo e comunque
prezioso.
Accade, ed accade soprattutto, purtroppo, fra maschietti e
femminucce. E la nevrosi impera.
Forse occorre ricordare che in natura ciò
che crea l'evoluzione è la DIFFERENZA; ovunque regni
l'indifferenziato la morte sarà presto di casa.
E poi... il consumismo: ci ha portato a
preferire la quantità alla qualità, e gli effetti si vedono
anche nel nostro modo di comunicare.
Parla pure, parla, tanto tutti sproloquiano per sentirsi vivi
facendo rumore... nessuno ti ascolterà.
Ebbene, le cose possono cambiare. Bastano
un pochino di scrupolo e d'intelligenza, e la voglia di
giocare un po' con se stessi per il piacere di scoprire i
miliardi di mondi colorati che gravitano e respirano intorno a
noi.
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